Cibo spazzatura: impariamo ad evitarlo

Cibo spazzatura: tutti ne sentono parlare, tutti sanno che è nocivo eppure il suo consumo cresce in modo incontrollabile. Perché? La questione è complessa, la risposta molto articolata. Proviamo a sintetizzare e capire un po’ meglio cos’è questo cibo spazzatura, in inglese noto come junk food.

Cibo, cibo, cibo: quando la fame non c’entra per niente

Il problema della fame, della fame vera, in Occidente è stato superato da parecchio tempo. Guerre, carestie appartengono al passato. L’opulente mondo occidentale ha sviluppato un’autentica ossessione per il cibo come se questo fosse a poco a poco diventato una sorta di surrogato per riempire un vuoto che è innanzitutto esistenziale.

La nostra vita è sempre più standardizzata in modelli prefabbricati ai quali volenti o nolenti dobbiamo adeguarci, ma che in realtà non ci appartengono. Ci sentiamo frustrati e insoddisfatti. E abbiamo bisogno di compensare in qualche modo. Pensiamo alla pausa pranzo: per troppa gente un’autentica abbuffata di cibo scadente.

Industria alimentare: il profitto innanzitutto

Scarso valore nutrizionale, alto contenuto calorico, presenza importante di sali e zuccheri (per lo più raffinati), grassi saturi e idrogenati: questo l’identikit, sommario, del classico cibo spazzatura. A parte il rischio per la salute (obesità, diabete, malattie cardio vascolari, varie tipologie di cancro…), uno degli effetti collaterali più inquietanti è stato rilevato, tra le altre, da una ricerca condotta nel 2008 dallo Scripss Research Institute.

Secondo questo studio un uso continuativo di snack, patatine, bibite gassate, salse ecc... può portare il cervello ad una vera e propria dipendenza, in tutto simile a quella creata dalle sostanze stupefacenti. E qual è il problema di ogni dipendenza? La necessità primaria di soddisfare il bisogno: di eliminare il senso di astinenza. Tutto il resto passa in secondo piano.

L’industria alimentare, spesso in mano a potenti multinazionali, ha responsabilità gravissime in tutto questo. I cibi processati con cui hanno invaso il mercato generano profitti vertiginosi e i mezzi finanziari a disposizione permettono un bombardamento pubblicitario che in realtà non ha reali concorrenti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel mondo, dal 1975 ad oggi, l’obesità è triplicata. In base ad alcune proiezioni, l’OECD ha stimato che negli Stati Uniti, leader mondiale indiscusso quanto a produzione di junk food, nel non lontanissimo 2030 circa il 50% della popolazione sarà a rischio obesità!

L’educazione alimentare: mangiare sano non è un optional

In uno scenario di questo tipo è determinante contrastare su più fronti questo dilagare apparentemente inarrestabile di cibo malsano. Un ruolo decisivo dovrebbe essere giocato dalle istituzioni che dovrebbero produrre campagne di sensibilizzazione efficaci dirette a più fasce della popolazione.

A partire dalle scuole che dovrebbero prevedere programmi specifici per insegnare ai bambini a distinguere le varie tipologie di cibo, a come e quando utilizzarle, a riconoscere i macro nutrienti e a come combinarli tra loro. Un lavoro ampio e delicato che viene fatto spesso anche oggi, soprattutto grazie all’iniziativa di qualche docente particolarmente attento.

Educare i ragazzini ad adottare un sistema alimentare sano, magari coinvolgendo le famiglie, non dovrebbe essere un’opzione, ma una azione strategica indispensabile. E realmente preventiva.

La filosofia di Beeathy: il benessere innanzitutto

Chi produce cibo destinato al pubblico dovrebbe andare oltre la semplice logica del profitto a tutti i costi. Il cibo non è un prodotto come gli altri. Non è un oggetto che, se di scarsa qualità, alla peggio si rompe e si ricompra.

L’alimentazione è una questione cruciale, dalla quale dipende il nostro benessere psicofisico. Ecco perché al centro della nostra mission c’è la persona: salvaguardarne la salute, attraverso un’alimentazione sana e consapevole è un dovere irrinunciabile. Oggi più che mai.

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